Giorni di Guerra: recensione

 

 

Giovanni Comisso ha vissuto la guerra in prima persona. Convinto interventista, prese parte alla Prima Guerra Mondiale arruolandosi in un reggimento del Genio a Firenze. Quell’esperienza vissuta in prima persona è diventata il libro “Giorni di Guerra”.  L’opera, suddivisa in cinque parti, è stata scritta tra il 1923 e il 1928 e pubblicata due anni dopo la conclusione della stesura, nel 1930.

L’opera è integrata con nuovi dettagli per una nuova edizione che vede la luce nel 1961. Nel 2015 Longanesi decide di ristampare l’opera. Il libro ripercorre, sotto forma di diario, gli accadimenti di cui Comisso è stato testimone durante il terribile conflitto. Tutto ha inizio nel 1914 con la partenza da Onigo di Piave verso Firenze e di lì verso il fronte veneto e nel Friuli.

Il racconto entra nel vivo quando inizia la narrazione, sotto forma di avventura, della guerra.

Utilizzando una forma molto semplice di scrittura, ma mai banale, Comisso descrive il fronte e rimarca le contraddizioni della guerra che mai, o quasi mai, è descritta con toni drammatici ma piuttosto come un grande evento al quale Comisso ha preso parte.

Più che sulla morte e sulla distruzione, Comisso si concentra sui sentimenti e le emozioni dei tanti giovani mandati al fronte. I momenti drammatici sono secondari rispetto a ciò che in altri casi l’orrore della guerra nasconde proprio perché l’intento di Comisso è cercare e ricercare la bellezza nella vita di ogni giorno. Esempio per tutti vale la disfatta di Caporetto, dove Comisso riesce a vedere il lato “positivo” della drammatica ritirata perché gli consente di tornare alla sua terra, dove ha trascorso l’infanzia e ricordare tutti i bei momenti di quel periodo spensierato.